Planina Bala, Terza Edizione 2011, rinnovata e ampliata

320 pagine - numerose foto d'epoca - Prezzo di copertina euro 22,00

Terza Edizione 2011, rinnovata e ampliata rispetto alle precedenti. Un primo accenno sulla vicenda dei Carabinieri trucidati dai partigiani comunisti di Tito giunse all'orecchio e alla vista di Tony Russo, giornalista con pluridecennale esperienza, di Pontebba, a pochi chilometri da Tarvisio e quindi dal  confine aurtsiaco e sloveno,  verso la fine degli anni Settanta, in occasione delle ricerche per il suo primo libro di storia sull'Alto Friuli intitolato "Come foglie al vento", incentrato sulle vicende intorno alla Caserma Italia di Tarvisio dell'8 e 9 settembre 1943. Infatti in "Come foglie al vento" viene riportato un primo accenno alla vicenda dei carabinieri, vicenda che successivamente Tony Russo approfondisce e amplia, come si vede chiaramente in "Alle porte dell'inferno" e nella seconda edizione di "Come foglie al vento". Appassionatosi su questa vicenda, vero "tabù" sia sul versante italiano che sloveno, lo scrittore tarvisiano intorno agli anni Novanta e Duemila si era gettato a capo fitto nella ricerca di tutto quanto interessasse la storia dei 12 Martiri di Malga Bala, storia che stava pian piano rivelandosi di grandissimo interesse e mai e da nessuno fino ad allora affrontata. Interviste su interviste, tutte a registratore, chilometri e chilometri di strada, ore e giorni di appuntamenti e di analisi accurata degli eventi, incontri diretti coi testimoni  dell'eccidio, ancora viventi, quali il commissario politico di quei partigiani, Lojs Hrovat di Plezzo e Silvo Gianfrate di Nova Gorica, oltre ad altre decine e decine di testi oculari. Dopo la morte di un altro capo di quel gruppo di partigiani, Ivan Likar Socian di Bretto di Sotto, ecco finalmente che le bocche fino ad allora cucite per la paura cominciano ad aprirsi e il quadro di Malga Bala prende contenuto e contorni. Nel 2003 esce quindi "Planina Bala", cioè "Malga Bala", dal nome esatto della località dell'eccidio, nome rivelato al Russo per la prima volta dalla signora Mafalda, moglie di Lojs Kravanja, conduttore della malga, la quale Mafalda era stata proprio colei che aveva avvelenato i prigionieri italiani la sera prima dell'eccidio, sul pianoro di Logje, sulla Bausiza. "Planina Bala" porta allo scoperto ogni più piccolo avvenimento della storia dei 12 Martiri italiani, dal momento che il Russo nel frattempo aveva contattato e visitato le famiglie dei 12 Carabinieri sparsi un pò in tutta Italia. Un libro, quello di Planina Bala, uscito in seconda edizione ampliata nel 2005, che aveva conquistato i lettori, tanto che la vicenda veniva "acquisita" arbitrariamente e abusivamente da altri appassionati di storia e letteralmente copiata in ogni parte, specie nelle fotografie tratte quasi tutte,  senza mai l'autorizzazione dell'autore, da "Alle porte dell'inferno". A un certo punto alcuni, di Brescia e di Pordenone in particolare, sembrano essere stati loro e solo loro gli autori delle ricerche e Russo viene del tutto ignorato. Compaiono articoli e foto un pò ovunque in Italia e la storia dei 12 Martiri si arricchisce di particolari assurdi e strani, quali la violenza sessuale da parte dei partigiani sui prigionieri prima di sacrificarli. Qualche giornalista triestino inoltre, di animo totalmente oscurato e macchiato da idee comuniste, arriva perfino a scrivere che la vicenda se l'è inventata di sana pianta il Russo, in quanto nessuna strage era mai avvenuta ad opera dei partigiani comunisti contro i carabinieri italiani. Il Russo intanto conosce e fa amicizia con un giovane appassionato di storia e particolarmente della vicenda di Malga Bala, Marco Martinolli, di Monfalcone che lo sprona a riprendere in mano la storia e a rilanciarla. Martinolli muore appena 39 giorni dopo aver conosciuto e fatto amicizia col Russo, il quale decide a quel punto di ricordare l'amico improvvisamente scomparso rimettendosi allo studio, all'approfondimento, al riordino di testimonianze e di documentazioni, tanto che in breve, ai primi del 2010, conosce altri due testimoni diretti della vicenda, ex carabinieri, Armando Costa di Chioggia, 90 anni, e Giuseppe Uda di Oristano, i quali erano stati su a Malga Bala insieme ad altri colleghi per il recupero dei resti dei Martiri, alla fine del marzo 1944. Ecco dunque la nuova edizione di "Planina Bala", rinnovata e ampliata, dove il Russo ripercorre passo dopo passo l'intera vicenda, rispondendo come si deve a chi ha tentato di copiarlo impunemente e a chi aveva affermato che la strage di Malga Bala non era affatto avvenuta, un libro presentato a Tarvisio il 25 marzo 2011 alla presenza ufficiale dell'Arma dei Carabinieri che finalmente aveva voluto sancire ufficialmente il proprio "grazie" al Russo per quanto fatto in onore e in ricordo dei 12 Martiri carabinieri barbaramente trucidati a Malga Bala dai partigiani comunisti di Tito solo perchè italiani. Il 14 luglio del 2010 anzi il Russo era stato invitato a Roma dal comando generale dell'Arma e lì ufficialmente premiato e ringraziato per tutto quanto fatto per Perpignano e compagni. Presente lo Stato  Maggiore dell'Arma, tra Antonio Russo e il generale Leonardo Gallitelli una calorosa stretta di mano dopo due ore di amichevole incontro e la vicenda dei 12 Carabinieri si poteva considerare chiusa, alla faccia di chi aveva tentato di copiare e storpiare la storia dei 12 Martiri pur di vendere libri e giornali e di chi aveva voluto affermare, per puri motivi politici, che la storia di Malga Bala era una pura invenzione di Tony Russo.

 

 

 

… Una ricerca concreta e coraggiosa …!

a cura del Gen. C. d’A. Cesare Vitale

Al termine di ogni grande conflitto è sempre il vincitore a scrivere la storia predominante, per esaltare i suoi successi e per affermare ulteriormente la sua superiorità, mentre, d’altra parte, si verifica che quella redatta dagli sconfitti, anche se corredata sempre da una ben sviluppata “memorialistica giustificativa” oltre a tendere ad attenuare responsabilità, inefficienze, gravi perdite e disastri economici, viene ad occupare spazi minori ed ha, quindi, risonanza inferiore.

Per avere una storia obiettiva e vera, onde poter avere una visione giusta, ampia e corretta dell’insieme delle vicende belliche, che hanno interessato vinti e vincitori, è necessario che trascorrano tempi lunghi per far assopire gli odi, le recriminazioni e le rivendicazioni insoddisfatte.

Antonio Russo, noto e brillante giornalista lucano, trapiantatosi, nei primi anni 70 del secolo scorso, nel Friuli-Venezia Giulia, e subito divenuto un cittadino innamorato di quella bella Regione a tutti noi tanto cara, ha dedicato tutto se stesso alla ricostruzione, vera ed onesta, della varie vicende belliche che hanno tormentato quelle bellissime terre.

La sua è stata una ricerca concreta, tenace, appassionata e coraggiosa, svolta, negli ultimi trenta anni, “a tutto campo”, avvicinando, sia in Italia che in Slovenia, Austria e Germania, molti protagonisti ancora in vita e tantissimi testimoni superstiti, nonché anche i famigliari dei più importanti attori delle principali vicende.

Ne sono derivate opere di grande rilievo e di sicura importanza storica anche perché ricche di particolari essenziali alla comprensione dei fatti e documentate da genuini colloqui con chi aveva assistito o partecipato ai numerosi eventi.

“Planina Bala”, che esce ora nella sua terza edizione, arricchita da nuova documentazione frutto di continue ed assidue ricerche, descrive la storia di un piccolo presidio di 12 Carabinieri Italiani, destinati, in località isolata ed assai disagiata, a proteggere una importante centrale elettrica, che dava energia alle miniere di Cave del Predil e ad alcuni Comuni della Provincia di Gorizia, territorio, all’epoca dei fatti (23-25 marzo 1944), annesso, sin dal 10 settembre 1943, alla Germania Hitleriana ed incorporato nella “Adriatische Kuensterland” (Paesi del Litorale Adriatico) sotto il Comando del Gauleiter Germanico di origine Austriaca Frederich Rainer.

Nella tarda serata del 23 marzo 1944 una robusta formazione di partigiani Jugoslavi, appartenenti al IX Corpus del Maresciallo Tito, circondò la piccola caserma dei Carabinieri in Bretto di Sotto, oggi territorio sloveno, ne fece prigionieri gli uomini e, dopo una lunga marcia in montagna, li sottopose a gravi sevizie ed atroci torture, uccidendoli poi tutti barbaramente a colpi di piccone.

La terribile vicenda, come narra l’autore, destò lo sdegno degli stessi superiori gerarchici dei partigiani operanti, che deprecarono l’infame azione.

La narrazione dell’Autore del libro dà la sensazione, al lettore, di poter seguire sia lo stesso Russo che il suo fedele compagno di ricerche Toni Rinaldi, in tutte le loro faticose e difficili peripezie, quasi anche assistendo alle loro interviste ed ai loro colloqui.

È una storia, di cui, a fine lettura si ha, a prima vista, la sicura riprova della sua veridicità.

Ai dodici martiri dell’Arma dei Carabinieri questo libro rende piena giustizia ed è bello ricordare che il Signor Presidente della Repubblica, con suo Decreto Presidenziale  del 27 marzo 2009, ha conferito ai dodici militari la Medaglia d’Oro al Merito Civile.

 

La paura che volessero giocare a pallone con le nostre teste…

A cura di Mario Arpino da Roma

Ho accettato volentieri la proposta dell’amico Toni Russo – il lucano più friulano dei friulani – di scrivere una prefazione alla terza edizione di Planina Bala. Il motivo è semplice. I fatti, i personaggi, i luoghi e gli eventi descritti nel libro, frutto di una paziente - vorrei dire “implacabile” - ricerca durata vent’anni, sono la cornice, il paesaggio di sfondo della mia vita da bambino. Il periodo che Toni descrive, i luoghi, la gente, hanno avuto un’importanza determinante nella formazione del mio carattere e nelle vicissitudini della mia famiglia. Per questo mi riconosco in ogni pagina di questo libro, del quale non mi sento solo un semplice lettore, e mi rendo conto che a questo cortese invito non avrei mai saputo, né voluto sottrarmi.

Sono nato a Tarvisio il 20 luglio 1937, nella prima casa sulla destra passando sotto la ferrovia, scendendo verso Tarvisio Basso. Subito dopo la guerra, al piano terra c’era una rivendita di giornali, con una scorbutica proprietaria di lingua tedesca, e sopra abitava la famiglia Arquati. Lui, ex impiegato delle miniere, lei, tipo piuttosto originale e grande fumatrice. Aveva una particolare abilità a ritagliare figure di compensato con il traforo, con le quali aveva ornato perfino il lampadario del tinello. Anche loro, al tempo dei fatti, abitavano a Cave, al primo piano di una casa vicino alla cooperativa. Lei faceva l’interprete presso il distaccamento germanico.  Quando sono nato mio padre era impiegato all’ufficio cambi della stazione di Tarvisio centrale, di proprietà del signor Parovel, e mia mamma maestra elementare a Boscoverde e a Tarvisio centrale. Nel 1938 ci siamo trasferiti a Cave del Predil, dove mio padre era stato assunto come impiegato tecnico-amministrativo alla Società delle Miniere di Raibl e mia mamma aveva continuato a fare la maestra. Durante la guerra mio padre aveva avuto dal direttore, ingegner Giovanni Nogara, anche incarichi sociali aggiuntivi, come presidente della neo costituita Azienda agricola del Priesnig, guidata dal signor Concina, sovraintendente della Cooperativa di consumo, diretta dal signor Plazzotta. Verso la fine della guerra, ricordo che si era molto impegnato per migliorare le condizioni di vita degli operai con l’istituzione di quella che oggi chiameremmo una mensa self service. Ne aveva progettato persino le strutture, e ricordo bene quanto orgogliosamente le avesse fatte visitare a me e a mia mamma. Gli operai, per la maggior parte pendolari sloveni che venivano con il trenino sotterraneo da Plezzo e da Bretto, lo conoscevano e lo stimavano, perché sapevano quale era il suo impegno per loro. Ricordo che nei momenti peggiori, quando i bombardamenti si accanivano su Dogna e sulla stazione di Udine e partigiani e delinquenti comuni facevano blocchi stradali fermando i rari mezzi di fortuna per rapinare i passeggeri, il personale della Miniera riusciva ad avere lo stipendio solo perché mio padre, unico volontario e senza alcun compenso, riusciva a raggiungere Udine rocambolescamente ed a rientrare a Cave con il denaro contante prelevato in Banca. Una volta, fatto segno da colpi d’arma da fuoco, si era ripresentato a casa con due fori di pallottole, uno sul risvolto dei pantaloni ed uno sulla falda del cappotto, ma miracolosamente illeso! All’atto di consegnare la valigetta con i soldi all’ingegner Nogara, questi l’aveva aperta offrendogli mille lire come compenso per quel servizio straordinario. Mio padre, scandalizzato e quasi offeso, aveva cortesemente rifiutato. Sapeva che quella sarebbe stata una missione pericolosa e ricordo che al momento di partire, prima dell’alba, dopo aver riposto nella tasca interna della giacca una pistola automatica cal. 7,65 – era una Star che aveva fatto la guerra di Spagna – ci aveva salutato in modo più affettuoso del solito…. Di quel periodo mi ricordo tutto, dico tutto, con grande nitidezza. Anche perché a casa se ne parlava molto, e ancora di più se ne parlava con i coinquilini, che incontravamo di frequente. Particolari inutili in una prefazione, qualcuno potrebbe osservare. Io credo però che anche questi contribuiscano a creare ambiente, a far respirare l’atmosfera dell’epoca.

La nostra casa a Cave era una delle ultime del paese, vicino all’ospedale, dove abitava e lavorava il dottor Lauro, altro tipo originale, e vicino alla villa del direttore, ingegner Nogara, che la abitava con la consorte, una signora australiana molto riservata, ed i due figli, John e Peter. Erano un po’ più grandi di me ma, per quanto riservati come tutta la famiglia, li vedevo abbastanza di frequente perché venivano a ripetizione e a lezione di musica da mia mamma. Aveva fatto quattordici anni di conservatorio, e quindi suonava molto bene pianoforte. Ma anche la fisarmonica, che all’inizio degli anni quaranta andava assai di moda. Più vicino a noi c’era anche l’abitazione del signor Kepka, un ex austro-ungarico di origine ceca, giardiniere del Direttore e sorvegliante della protezione antiaerea. Era noto ai bambini perché riusciva a tenere a bada due  cani lupo che ritenevamo molto feroci, agli adulti perché, se lasciavano trapelare un solo filo di luce da una finestra dopo il tramonto, dovevano sorbirsi le sue scampanellate e i suoi strilli, e, infine, ai ragazzi e ai giovanotti per la mitica bellezza ed effervescenza di una sua figliola, allora forse sedicenne, di nome Angela. La casa del Direttore si chiamava Villa Australia, mentre casa nostra era impropriamente nota come Villa Inglese, per il fatto che fino all’inizio della guerra nell’appartamento contiguo al nostro abitava un certo mister Radcliff, un cittadino britannico della Società delle Miniere di Raibl che non mi ricordo affatto, ma della cui originalità si era continuato a parlare molto in famiglia, anche dopo la sua forzata partenza. L’appartamento era stato poi occupato da Argo Bombic, perito minerario nel reparto Laveria, con la moglie Marina e i due bambini Cicci e Puccio. Ricordo bene il primo, mio compagno di giochi, morto nel 1945 di meningite fulminante. Nella casa abitavano anche l’anziano signor Bombic, il dottor Fusani, mi sembra vicedirettore, i signori Pfeiffer, lui cassiere e lei maestra, con figli parecchio più grandi di me. Erno – misteriosamente sequestrato dai partigiani a inizio ’45 e poi restituito - ed Edith, fidanzata con Karl Ogriseg, ufficiale degli U-Boot nella Kriegsmarine. C’erano poi gli Azzarini, sotto di noi, con le due figlie quasi mie coetanee Enrica e Mariuccia, i signori Corsi con il figlio Paolo, che invidiavo molto perchè era già balilla moschettiere mentre io dovevo obbedirgli sempre essendo appena figlio della lupa, ed il cavalier Schio, già federale a Tarvisio, con il figlio Giannino. Lui era già avanguardista, ma non faceva il dispotico come Paolo.

L’appartamento aveva una verandina che guardava verso il passo di Raibl, o verso il lago, aveva di fronte un bosco, oltre la strada del passo, dove gli abeti erano stati tagliati in modo da formare, ben visibile, la parola DUX. Da questa veranda, eravamo al quarto piano, si poteva controllare tutto il movimento da e per il passo, la polveriera e il lago. Ricordo ancora, dei  giorni successivi all’8 settembre 1943, il continuo andirivieni davanti a casa dei bravi cavesi, che avevano completamente spogliato degli arredi la polveriera, ormai incustodita. C’ero andato anch’io, con Paolo Corsi. Ma, non essendoci ormai più nulla da asportare, avevamo dovuto accontentarci di riempirci le tasche di cartucce sfuse per pistola 6.35, che abbiamo poi nascosto sotto il carbone in cantina. A metà della collinetta che saliva da Villa Inglese verso il bosco, nella primavera del ’44 facevano la guardia due alpini della Tagliamento o due militi della Guardia di Frontiera – a me sembravano ragazzi non più grandi di Giannino Schio – che armati con moschetto e pistola lanciarazzi verdi e rossi, guardando verso il passo e il lago da quella posizione strategica facevano la guardia per segnalare l’eventuale “calata” – così si diceva – di persone sospette che avrebbero anche potuto essere dei ribelli. Erano sempre gli stessi e con Paolo e Mariuccia andavamo spesso a far loro compagnia, o a portare la merenda di pane nero e lardo. Eravamo diventati amici. Di tutti gli abitanti di Villa Inglese, solo i miei genitori ed i signori Schio alla fine del 1943 avevano rinnovato l’iscrizione al partito fascista, nel frattempo divenuto repubblicano. Ne subiremo ben presto le conseguenze. Padre imprigionato a Tarvisio e pestato dai soldati inglesi del battaglione ebraico – noi allora li chiamavamo palestinesi - e poi entrambi i genitori epurati, licenziati e cacciati di casa all’inizio dell’autunno 1945, mobili sulla strada. Troveremo rifugio dalla nonna materna a Udine, per finire poi a Ugovizza, quando a mia mamma, finalmente discriminata dal Tribunale di Tolmezzo, sarà concesso di ritornare all’insegnamento. Il papà era rimasto a Udine a cercare qualche modo di sbarcare il lunario, mentre noi dormivamo in un’aula, su brandine sistemate dietro la lavagna, che ripiegavamo prima che entrassero gli scolari, e qualche coperta lasciata dai tedeschi. A quel punto c’era anche mio fratello Giorgio, nato a Cave del Predil, in casa, il 7 febbraio 1945.

Mi sto lasciando prendere dalla tastiera dei ricordi, e già immagino uno spazientito Antonio Russo che si chiede cosa c’entri tutto questo con Malga Bala. E invece c’entra. Primo, perché si tratta di parte dell’estratto di una testimonianza scritta che una decina d’anni fa avevo rilasciato al dottor Block, Giudice del Tribunale di Padova, che si interessava all’eccidio per qualificarlo come “efferato”, evitando così che cadesse in prescrizione. Secondo, perché, almeno a mio avviso, aiuta a ricostruire l’ambiente dove un bambino di sette-otto anni ha sentito, vissuto e osservato tante cose belle, ma anche cose terribili, che lo hanno segnato per la vita in modo indelebile. Così, di Cave ricordo la maestra di asilo Calligaris, e tutti i calci che le ho dato perché alla scuola materna non ci volevo proprio stare, la bandiera a mezz’asta con il lutto e il nastrino nero intrecciato con quello tricolore che ci hanno fissato al grembiulino con un ago da balia quando il Duca d’Aosta è morto in prigionia, il figlio di un operaio che era stato scoperto, di sera, ad asportare legna da ardere dalla scuola, e mia mamma che lo aveva riconosciuto negarlo di fronte ai Carabinieri per toglierlo dai guai, le cinghiate che si è preso dal padre il giorno dopo, e il signor Codebò, guardia della Milizia Forestale, che era stato alpino sul Grappa durante la prima guerra mondiale e fungeva anche da direttore del Dopolavoro aziendale. Vida, di Idria, sorella di Janko, macchinista del cinema del dopolavoro e gli spezzoni dei film di Risolini, che portava a casa per la gioia dei bambini. Sempre Vida, che dava una mano a mia mamma per le faccende di casa, quando spaventatissima ed in gran segreto era venuta a raccontare – ma sentivo anch’io - di aver saputo dal signor Domevscek, fac-totum del condominio, che alle prime nevi gli sloveni ribelli sarebbero scesi in paese per giocare a pallone con le teste degli italiani, compresa quella di mio papà. La maestra Beghelli, che in prima elementare ci leggeva Pinocchio ma ci dava anche le bacchettate sulle dita, le settimane passate al buio quando i ribelli hanno fatto saltare le centrale elettrica, i lumi a petrolio, le lampade a carburo, il pozzo Clara, il terribile Commissario Konradi, senza un braccio, che voleva spedire mio padre in Germania solo perchè si era opposto alla requisizione delle razioni di grappa degli operai, l’assassinio del maggiore Krivich, che noi consideravamo una brava persona, e il grande imbarazzo quando incontravamo per strada le persone sospettate, gli impiegati che, dopo le ore d’ufficio, venivano armati dai tedeschi e organizzati in turni di guardia notturna ai pozzi della miniera, l’aria di tragedia incombente dell’inverno 1944, la chiusura della scuola, la caccia di noi ragazzini ai pezzi di plexiglas dei finestrini del bombardiere americano precipitato, la seta dei paracadute, le striscioline argentate che scendevano dal cielo, gli aviatori americani scortati dai tedeschi nella stazione dei carabinieri, l’ammirazione per un figlio del signor Plazzotta con il pugnale, in divisa da ardito. E, verso la fine di marzo, la voce che i carabinieri di Bretto erano stati “prelevati”, così si diceva allora, dai ribelli comunisti senza lasciare traccia. La voce della brava Vida, secondo cui qualcuno in paese sapeva dov’erano.

 

 

Qualche giorno dopo, ricordo, mio papà mi portava al Priesnig, per una visita all’Azienda agricola. Mi piaceva andarci. A volte andavamo con il calesse che portava a Cave il latte, a volte con un motocarro, altre volte, purtroppo poche, sul sellino di una Guzzi 500 della Società. All’altezza di Plezzut, ma questo l’ho ricostruito dopo perchè non mi ricordo se avessimo già passato o meno la cosiddetta serpentina, ci siamo dovuti fermare perché da un camion a carbonella della Società delle Miniere stavano scaricando le salme dei dodici Carabinieri, appena intraviste.     Erano livide e per lo più denudate. Su alcune dovevano aver infierito a calci, perché si vedevano i segni dei chiodi degli scarponi. Altri, credo, avevano la bocca cucita con filo di ferro e forse non avevano più gli occhi. Io per fortuna ho visto pochissimo, di sfuggita, ma l’accaduto aveva fatto un’impressine enorme, assai più della battaglia tra soldati tedeschi e italiani del settembre precedente, a Tarvisio. Nelle settimane successive se ne era parlato moltissimo, in paese e in famiglia, e con dovizia di particolari. Tanto che, oggi, di alcune cose non sono più sicuro perché confondo quello che ho visto con ciò che ho sentito dire, e viceversa. Certo, l’impressione è stata terribile, e non solo in me, bambino di sette anni. In paese la vita non è stata più la stessa. Avevamo il terrore della calata notturna dei comunisti slavi, ora sapevamo che avrebbero davvero giocato a pallone con le nostre teste, come ci aveva confidato Vida….L’anno dopo sono arrivati, alla fine di aprile, e si sono accampati proprio tra Villa Australia e Villa Inglese. Il buono e servizievole Domevscek, assieme all’operaio Cernuta, entrambi in abiti borghesi ma ora con mitra a tracolla e tanto di bustina con stella rossa in testa, li hanno guidati a casa nostra, in cerca di mio padre, per “prelevarlo” e portarlo con loro. Fortunatamente non ci sono riusciti, ma questo fa parte di un’altra storia.

Il tempo è passato, ma non ho mai potuto a liberarmi dagli incubi di quel periodo. Quando, cinquantacinque anni dopo, sono diventato Capo di Stato Maggiore della Difesa, ho cercato di promuovere l’assegnazione a questi dodici ragazzi di un alto riconoscimento, con il supporto del Comandante Generale pro-tempore dell’Arma dei Carabinieri. Il tentativo è stato infruttuoso, per una burocratica quanto inesorabile prescrizione dei termini. Ricordando però che, nonostante la prescrizione, qualche anno prima era stato possibile far avere motu proprio del Presidente della Repubblica la medaglia d’oro agli Aviatori della 46^ Aerobrigata Trasporti trucidati a Kindu, avevo suggerito di cercare di percorrere la stessa strada. Allora, tuttavia, il mio tentativo non era stato coronato dal successo. Ma gli irriducibili, guidati e spronati da Toni Russo e dalle sue ricerche, alla fine sono riusciti a prevalere sulle aride procedure della burocrazia. Oggi, grazie alla loro tenacia, i familiari dei dodici carabinieri trucidati possono finalmente ricordare i loro cari anche attraverso altrettante luccicanti medaglie d’oro al merito civile, concesse alla memoria.

La voglia di sapere, di accertare verità mai rivelate, di raccontare episodi su cui una certa ragione di Stato aveva a suo tempo cercato di stendere un velo, ha spinto Toni Russo ad andare oltre. Così, nella terza edizione, dopo aver arricchito di particolari le prime due, ci riprende per mano e ci fa scendere dalla montagna, guidandoci verso Gorizia, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Entriamo così nelle “terre redente” dalla prima guerra mondiale, anch’esse divenute teatro, nello stesso periodo in cui accadono i fatti di Cave del Predil – ma purtroppo anche nei mesi successivi alla fine del conflitto – di crimini e atrocità persino peggiori. Anche questi mi coinvolgono emotivamente. La nonna paterna abitava a Gorizia, mio padre era triestino e lo zio Carlo – pilota da caccia comandante del 2° Gruppo dell’Aviazione Nazionale Repubblicana – era nato a Pola, dove all’epoca vivevano tutti i suoi congiunti. Carlo Miani era il capo di quel pugno di piloti che fino all’ultimo, sapendo di dover alla fine soccombere, hanno continuato a combattere contro le fortezze volanti americane che, protette da nugoli di caccia, colpivano a morte le città del nord-est. E’ stato uno di quelli che, oltre alla guerra, ha perduto anche ogni altra cosa nella sua Istria. Ma l’Italia dei CLN allora al potere ha preferito dimenticare, non ha saputo né voluto assistere in maniera degna le migliaia di profughi che lasciavano la loro terra, preferendo pensarli “fascisti” anzichè italiani. Non stavano forse scappando da quel paradiso rosso che stava sperimentando il socialismo reale? A me è sufficiente ricordare in quali condizioni vivevano i profughi a Udine, accalcati in quel girone infernale che, dispregiativamente, andava sotto il nome di “villaggio metallico”. Tra i lettori, i più avanti negli anni certamente ricorderanno quest’altra brutta realtà, dai più dimenticata.

Ma oggi ancora una volta è Antonio Russo a parlarci di questo periodo, narrando i fatti senza mai un accento d’odio, con pacatezza efficace, con spirito di ricerca e di fedele testimonianza. Perché anche i più giovani possano ritrovare una memoria non mistificata della nostra Storia.

 

Prefazione a Planina Bala edizione 2011 da parte dell’Autore Antonio Russo

Sta per aprirsi nuovamente il sipario: una straordinaria  rappresentazione sta per scorrere davanti ai nostri occhi attenti. Siamo alla Terza Edizione di Planina Bala,  ampliata e molto più ricca di fatti e testimonianze delle precedenti, con un contorno di avvenimenti rabbrividenti, tutti sul confine orientale d’Italia, che facilmente ci annebbieranno la vista e ci renderanno difficile il sonno.  Ci aggireremo dentro la miniera di Cave, valicheremo il Passo del Predil,  ci soffermeremo attorno alla centrale idroelettrica di Bretto, saliremo sul monte Izgora, vi passeremo anche noi  la notte all’addiaccio sotto le stelle, entreremo nel fienile di Logje e infine, davanti ai nostri sguardi atterriti, assisteremo in prima fila  a una vera e propria mattanza, dove degli esseri umani, carabinieri e italiani, saranno singolarmente accaprettati con filo di ferro e finiti a picconate in un parossismo di sangue e di odio. E’ la triste storia dei 12 Martiri , carabinieri italiani, scelti dai partigiani comunisti di Tito per una crudele vendetta contro l’Italia, da sempre odiata e osteggiata. Poi, da planina Bala, dalla malga, scenderemo anche noi annichiliti e tremanti, al freddo intenso di marzo, e parteciperemo impotenti al pestaggio dell’arcivescovo Carlo Margotti; entreremo nella caserma dei carabinieri in via Nazario Sauro a Gorizia e subito dopo al carcere di via Barzellini, a poche decine di metri di distanza; e col figlio di uno di loro, Giovanni Guarini, scenderemo nella foiba di Tarnova; assisteremo al tradimento perpetrato dai  partigiani comunisti ai danni dei carabinieri di Pedena e di Gallignana; spieremo da dietro un albero il pestaggio del brigadiere Mastropietro in Carnia, del maresciallo Sebastiano Costanzo, comandante della caserma di Comeno; e seguiremo da vicino la terribile fine di Joalanda Missio, pestata e massacrata per non essersi voluta concedere ai suoi aguzzini. Ci mescoleremo ai profughi dell’Istria e della Venezia Giulia, tenteremo di allungare le nostre mani verso i tanti infoibati ad opera sempre degli stessi, i partigiani comunisti slavi, questi propugnatori della libertà col sangue degli innocenti e degli impotenti… Poi ci fermeremo in preghiera, dentro il Tempietto Ossario di Tarvisio, davanti ai loculi dei carabinieri, insieme ai loro parenti in lacrime, fino al riconoscimento ufficiale dello Stato Italiano del loro sacrificio e la consegna della medaglia d’oro. Quante immagini, quante scene, quanto odio, quanti drammi: non semplici atti di guerra, come vorrebbe  qualcuno di Trieste, ma veri e propri crimini e assassini  in piena regola; non fotomontaggi di stragi, come vorrebbe qualcun altro dal caldo della sua scrivania da Rosolina di Rovigo, ma con Armando Costa di Chioggia prenderemo in mano uno dei picconi insanguinati, su a malga Bala, e lo gireremo tra le nostre mani titubanti e con Giuseppe Uda di Oristano tenteremo di stendere al sole i corpi martoriati di quei Martiri nel tentativo di scongelarli e di ripulirli alla meglio. E non per sentito dire o per aver copiato impunemente lavori altrui al fine di ottenere  vergognosi vantaggi giornalistici, editoriali e di prestigio… Chilometri e chilometri di strada, interviste e analisi, lunghe telefonate e asfissianti  spostamenti, esami e fotografie dal vivo,  confronto attento di tantissime testimonianze, anni e anni di intenso lavoro giornalistico, di ricerca meticolosa e senza fretta di concludere subito… Ma…. silenzio, stanno aprendosi le quinte!

 

Un lavoro impressionante ….

A cura di Antonio Tranquillo Rinaldi di Cave del Predil

 

Per settimane e mesi ho avuto la possibilità e il piacere di accompagnare l’amico Toni Russo nelle sue estenuanti ricerche storiche per ricostruire il più realisticamente possibile il periodo storico relativo all’occupazione tedesca dell’ultima guerra mondiale.  Ho partecipato e ho assistito alle interviste fatte a decine e decine di testimoni o a persone dell’epoca, sempre però direttamente interessate al territorio e agli avvenimento in esame, interviste fatte un po' ovunque, da Bretto a Plezzo, da Sonzia a Oltresonzia, da Saga a Koritenza, da Trenta a Nova Goriza, da Udine a Milano. Con lui mi sono recato in diverse occasioni anche sulla malga Bala, per prendere visione personalmente della realtà del tracciato e del territorio.

Il grande puzzle della storia dell’Alto Friuli, particolarmente incentrata sulla distruzione di Bretto, sull’eccidio dei 12 Carabinieri, sul tentativo dei partigiani slavi di trasferire in territorio sloveno i cittadini italiani di Cave per far vedere agli anglo - americani che questo territorio faceva parte della vita e della cultura slava, piano piano è stato da lui composto minuziosamente. Particolarmente difficili sono state le ricerche relative all’eccidio dei 12 Carabinieri italiani avvenuto in malga Bala la mattina del 25 marzo 1944 ad  opera dei partigiani del territorio di Plezzo.

Quello relativo all’eccidio del 12 Carabinieri è stato un lavoro impressionante, meticoloso, documentato, difficile.

In coscienza posso affermare che è stato un periodo particolare anche della mia vita, laborioso, ma alla fine l’amico Russo è riuscito a chiudere il cerchio, riuscendo a farci seguire quasi minuto per minuto le ultime ore dei 12 Carabinieri addetti alla guardia della centralina di Bretto di Sotto. Posso quindi affermare, senza alcuna possibilità di essere smentito, che quanto il Russo ha riportato in questo e negli altri suoi volumi di storia dell’Alto Friuli è pienamente conforme alla realtà e a quanto da me ascoltato nelle tante interviste a cui ho avuto il piacere di partecipare direttamente, dando anche il mio modesto e semplice contributo.

Mi fanno ridere quelli che scrivono e  sostengono che la strage di Malga Bala sia una invenzione di Toni Russo e che tra partigiani e carabinieri ci sia stato un semplice scontro a fuoco; mi fanno ridere quelli che si vantano di “aver fatto tutto loro”, relativamente alla storia dei 12 Martiri di Malga Bala. Hanno avuto il coraggio sfacciato di copiare tutto, questo sì, di sana pianta, approfittando totalmente del lavoro altrui, copiando testi e fotografie, vergognosamente, nella bontà del Russo che avrebbe potuto e dovuto trascinarli in tribunale da anni e anni. Vengano da me a dirmi o a convincermi che Russo non c’entra niente e che spetta solo a loro il merito di aver portato alla luce e fatto conoscere all’opinione pubblica la storia di Malga Bala. Senza di loro, senza i loro articoli roboanti e i loro libri, frutto esclusivo di semplice e miserevole  “copia e incolla”,  non avremmo perso assolutamente nulla, ci avremmo guadagnato tutti in serietà e onestà. Resto infatti molto male quando mi vengono presentati articoli di stampa dove il merito di Malga Bala è attribuito ad alcuni che con questa storia non c’entrano assolutamente niente, senza mai nominare neanche di sfuggita il Russo, servendosi perfino delle sue fotografie, come se tutto il lavoro fin qui fatto non l’abbia svolto il Russo ma vari personaggi che non meritano neanche di essere nominati. E male hanno fatto e fanno quanti danno credito a questi millantatori e scopiazzatori da due soldi.  La scoperta della storia dei 12 Martiri di Malga Bala e la sua divulgazione fino al conferimento della medaglia d’oro è totalmente merito di Toni Russo, di nessun altro e nessuno più di me è in grado di dimostrarlo e di affermarlo.

Con lui ho sofferto e non ho dormito, fissando il soffitto della mia camera, pensando e ripensando a quanto di giorno in giorno stavamo scoprendo e mettendo insieme. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta! E sono contento e fiero di aver dato la mia piccola mano in questo!

 

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Da Voce della Montagna giugno 2011

Malga Bala, le mani anonime di squallidi sciacalli

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Ogni volta che qualcuno di noi, che sia della Valcanale o della zona di Bolzano, della Bassa Friulana e di ogni altri angolo della nostra conoscenza, si reca in pellegrinaggio su a Malga Bala, sopra la Val Bausiza, a pochi chilometri tra Bovec e Cave del Predil, in quello scenario montano selvaggio e attraente, con sua grande meraviglia si accorge che ogni segno di una precedente visita, ogni segno finora esclusivamente religioso, quali statuine, targhe ricordo, croci ecc. portate e lasciate lì in segno di ricordo e di omaggio a quei 12 Carabinieri italiani barbaramente massacrati tra quelle mura e tra quelle montagne che se potessero parlare quante cose saprebbero raccontare, ecco che ci si accorge che tutto è stato divelto e fatto scomparire. L’autore di ogni ricerca sui Carabinieri di Malga Bala, Toni Russo, ha potuto e dovuto constatare nei giorni scorsi con alcuni amici saliti per l’ennesima volta fin lassù per una preghiera sui luoghi dell’eccedio, anche questa volta, come in precedenti visite sue e di amici e conoscenti, che mani di squallidi sciacalli ancora una volta hanno fatto sparire targhe e ricordi, la statuita della Madonna di Fatima, una croce in ferro piantata su una roccia e soprattutto una splendida croce in larice portata in spalla lassù lo scorso anni da carabinieri di Bolzano in pensione. Segno evidente che ancora oggi c’è, intorno a Planina Bala, Malga Bala, gente che proprio non vuole e non sa digerire il fatto, più che documentato,  del barbaro atroce misfatto messo in atto dentro e attorno quelle mura da partigiani comunisti di Tito contro 12 carabinieri in servizio, solo perché italiani. Una misera vergogna, frutto ancora di intolleranza bolscevica, ai nostri giorni, quando da ogni parte si parla di pace, di cooperazione e di collaborazione. Infondo lassù, a Malga Bala, chi va, va solo in pellegrinaggio religioso per una preghiera sul luogo del misfatto e se lascia un segno, questo è esclusivamente di fede cristiana e cattolica, assolutamente non politico o nazionalistico o partitico. Sono questi i segni di cooperazione e di amicizia tra popoli di confine?

 

Chiarimento su Planina Bala dopo la conferenza del Direttore di Voce della Montagna nel comune di Sutrio il 18 giugno 2011

A seguito della conferenza del direttore di Voce della Montagna presso il Comune di Sutrio sul suo ultimo libro Planina Bala, in Carnia s’è scatenato un vero e proprio “scontro” politico tra “rossi” e “neri”: diversi inserzionisti in pratica hanno voluto vedere per forza la “pennellata rossa” o quella “nera, mentre la storia dei 12 Martiri di Malga Bala  è ben collocata nel suo aspetto storico che è lontana mille miglia e oltre dalle attuali divergente politiche o partitiche. Ecco l’intervento di Antonio Russo su Carnia.la a chiarimento della propria posizione.

 

Sono Antonio Russo, colui che sabato sera ha parlato della storia dei 12 carabinieri  barbaramente massacrati a Malga Bala dai partigiani comunisti slavi di Tito sabato 25 marzo 1944, rei di essere italiani e carabinieri. Ho seguito i vari interventi su questo argomento e data la varietà degli stessi alla fine ho deciso di intervenire, molto succintamente, con lo scopo solo di chiarire alcune cose, senza voler minimamente contraddire nessuno. Questa storia io l’ho scoperta negli anni Settanta, mentre stavo preparando il mio primo libro sulla storia dell’Alto Friuli, “Come foglie al vento”, interamente dedicato agli eroi della caserma Italia di Tarvisio, i primi in assoluto ad aver fatto resistenza alle SS, da qui la nascita della Resistenza ufficiale. Anche in questa storia sono stato il primo a portare alla luce questa vicenda; poi sono intervenuti altri, che non hanno potuto non tener conto del mio libro, rinnovato in una seconda edizione nel 1993  unitamente “Alle porte dell’inferno”, sull’occupazione tedesca dell’Alto Friuli. In questa occasione diversi capitoli nuovi sulla vicenda dei 12 carabinieri di Malga Bala, dopo altre accurate ricerche. Nel 2003 “Planina Bala” (Malga Bala) interamente sui 12 carabinieri, nel 2005 altra edizione e finalmente il 25 marzo scorso la pubblicazione di “Planina Bala, terza edizione, riveduta e ampliata”. Anche qui sono stato il primo a scoprire questa vicenda e a portarla alla luce, tra mille difficoltà e reticenze, sospetti e quant’altro si possa immaginare. Mesi fa sono venuto a conoscenza che una giornalista triestina di estrema sinistra,  aveva messo in dubbio ogni mia affermazione dicendo che la storia di Planina Bala di Russo era tutta fantasia e che i 12 carabinieri erano stati sì uccisi dai partigiani, ma in uno scontro armato tra tedeschi e partigiani che stavano scappando coi carabinieri prigionieri. In quei mesi ho trovato altri due testimoni diretti del fatto, Armando Costa di Chioggia e Giuseppe Uda di Oristano, i quali hanno affermato e dimostrato di essere stati tra i soccorritori di Malga Bala, inviati lassù al recupero dei corpi degli uccisi. In questi quasi trent’anni di ricerche, ho potuto dimostrare, e Planina Bala terza edizione parla al riguardo molto chiaro, che quanto da me descritto, nei minimi particolari, è suffragato da decine e decine di testimonianze dirette, non apprese da Internet, dove la storia di Malga Bala è finita dopo le mie pubblicazioni, non prima. Da me e solo da me hanno copiato Marco Pirina e il maresciallo Varano di Brescia e altri che hanno attinto molto liberamente dai miei scritti, a volte senza neanche nominarmi. Io ho intervistato Bepi Flais di Trenta che aveva coperto di neve i carabinieri dopo la loro uccisione, Lojs Kravanja proprietario di Malga Bala, sua moglie Mafalda che aveva avvelenato i carabinieri a Logje, il commissario politico del territorio che aveva diretto e partecipato all’eccidio, Lojs Hrovat di Plezzo, l’altro suo compagno d’armi e di comando Silvo Gianfrate di Nova Gorica, Maria Flais che aveva visto carabinieri e partigiani ridiscendere dal monte Jzgora, Tona Suler che aveva visto coi propri occhi la strage insieme a suo padre Joseph, Andrea Cuder di Tolmezzo che era a lavorare alla centrale idroelettrica durante l’assalto partigiano e così via, decine e decine e decine di testimonianze dirette, non per sentito dire, in Slovenia e in Italia, in Friuli e un po’ ovunque, da Treviso a Schio, da Milano a Firenze ecc. ecc. Solo leggendo il libro uno può e deve rendersi conto della portata di questa storia, diversamente si rischia di parlare a vanvera e di fare politichese che lascia il tempo che trova. Qui non si tratta di politica, di anticomunismo o di pro fascismo, qui si tratta di storia, di quella vera, soprattutto documentata e non messa su ad arte, come fatto da quella giornalista triestina, solo perchè spinta dal proprio partito politico, senza alcuna documentazione. Quindi non si tratta di dare voce e spazio, in una ipotetica conferenza postuma a Tolmezzo o altrove, oltre che a Russo, anche a chi la racconta in maniera diversa. Ben vengano altri approfondimenti e aggiunte, ma la storia di Malga Bala è questa. Bisogna documentarsi o almeno leggere Planina Bala prima di dare sentenze o esporsi con espressioni partitiche o di parte o senza alcunissima conoscenza dei fatti.  Chiedo scusa della lunghezza, ma spero di essere riuscito a far capire qualcosina in più a chi ha voglia di capire sul serio e non è manipolato da preconcetti politici e partitici, che in questa triste storia nulla hanno a che fare. Sempre e comunque a completa disposizione. La strage di Malga Bala non fu un semplice atto di guerra o di guerriglia, fu l’attuazione di un progetto ben studiato e portato a termine per dare una lezione all’Italia tramite i suoi rappresentanti, i Carabinieri; fu un atto di atrocità impressionante, con un odio tremendo contro gli italiani. Fu un crimine sotto ogni punto di vista, un crimine che nessuno, di destra o di sinistra, può scusare o perdonare. E avvenne come descritto e dimostrato in Planina Bala, fino a prova contraria!

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Egregio signor Russo

Le scrivo da Londra, dove mi trovo da qualche mese.

Ho letto il suo libro Planina Bala: non e' un libro, ma una storia di vita, di volti, di affetti, di martirio e di morte sorprendente, emozionante. Mi ha ricordato quando da piccolo osservavo sempre in casa un quadro con cornice in legno e il bel volto in bianco e nero dello zio, un giovanissimo carabiniere, volto sacro per noi come un'icona in una chiesa russa.

Le volevo semplicemente dire grazie per la passione, la precisione, la ricerca per costruire quest'opera che i sopravissuti, i parenti, contemplano come un oggetto vivo, una ferita aperta, un proprio pezzo di vita.

Ricordare - il senso della memoria - e' un dovere morale per un popolo civile. Lei ha contribuito in maniera bella, commossa e solenne a ricordare la cosa che abbiamo di più' sacro: la vita e la sua dignità'.

Grazie di vero cuore. God bless you! (Dio ti benedica!)

 

Padre Renato Zilio, missionario - Londra

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